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Breve biografia dell'attrice Elettra Croce-Cordiviola

 

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di Mauro Ballerini

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Sono perfettamente consapevole che da una biografia ci aspetteremmo emozioni, ricordi vivi, pensieri reconditi appartenuti al protagonista della storia. Ci aspetteremmo di rivederlo per il breve o lungo tempo della lettura rivivere di fronte ai nostri occhi, con tutto il suo spirito e la sua bellezza. Mi rendo conto, invece, che le pagine che seguono sembreranno talvolta aride e quasi compilative, talaltra un susseguirsi di nomi, date e luoghi che appariranno sterili al lettore. Inutili. Eppure questo “deserto” nasce da un’inestinguibile volontà di vita: per restituire un volto a chi nel tempo è stato oscurato dal buio della notte più fonda. Nasce da anni di ricerche, viaggi, indagini (63 biblioteche contattate) e incontri vivi con i rari superstiti, all’inseguimento di una memoria in loro stessi cancellata. Ogni dettaglio del racconto è stato come il prezioso ritrovamento di una piccola scheggia di lancia di una inabissata Atlantide: niente più di un frammento che però rende di nuovo presente chi sembrava volatilizzato nel nulla. Frammenti che non pretendono di dire tutto, ma sperano almeno di ridire qualcosa su chi “è stato” e a chi ancora avrà la voglia e il piacere di proseguire questo percorso a ritroso, questo lento difficoltoso cammino che tenta di riportare alla luce delle stelle chi da troppo tempo era perso in “loco d’ogne luce muto.”     

“Il tempo non si innamora

due volte dello stesso uomo”

La prima guerra mondiale, in quattro anni, uccise dieci milioni di esseri umani, quasi esclusivamente soldati.

Tra la fine dell'ottobre del 1918 e l'aprile del 1919, in soli sei mesi, un’altra “guerra”, non voluta da mano d’uomo ma terribile volto di una natura spietata, colpì un miliardo di persone nel mondo, uccidendone quasi 50 milioni, di cui alcune centinaia di migliaia soltanto in Italia.

Della sua esistenza inizialmente ebbero il coraggio di parlarne solo i giornali spagnoli: non essendo coinvolti nella guerra, non erano soggetti alla censura. Negli altri paesi, invece, il violento diffondersi di questa sciagura venne taciuto dai mezzi d'informazione, che tendevano a parlarne come di un qualcosa di circoscritto esclusivamente alla penisola iberica.

Le persone cominciarono ad ammalarsi lievemente nella primavera del ‘18, accusando brividi e febbre per tre/quattro giorni, dopodiché guarivano. Passata l’estate, però, nel settembre-ottobre, si scatenò, con la potenza di una vera macchina bellica, un’immane tragedia: la famigerata “spagnola”  fu la più grave forma di pandemia della storia dell'umanità e portò alla tomba più persone della peste nera del XIV secolo e tragica ironia più della stessa Grande Guerra.

 

Era il 19 ottobre del 1918 all’inizio dell’infuriare del contagio quando l’Arte Drammatica riportò sulle sue colonne questo addio:


Elettra Croce Cordiviola

“Elettra Croce Cordiviola era una figlia d’arte di antica razza e prima donna nella Compagnia Sorelle Croce, una delle piccole compagnie che ancora sopravvivono. Non aveva che 33 anni e ultimamente con la sua compagnia recitava in un piccolo teatro di Novara. Colta dal male che pur troppo oggi imperversa, fu trasportata all’Ospedale Maggiore di Novara dove, per quanto amorosamente curata, non poté sopravvivere. Condoglianze a tutti i congiunti e a tutti i suoi compagni che sinceramente l’amavano.” 

Chi scrive non osa pronunciare il nome del male oscuro e una reticenza piena di pudore suggerisce di annunciare la morte della giovane negandone la sopravvivenza, quasi per addolcire l’orrore dell’evento.

Elettra morì il 10 ottobre del ‘18, quattro giorni dopo il suo trentatreesimo compleanno. Morendo, lasciò due bambini piccoli: Oreste di nove anni e Onorato di undici. Lasciò in loro inespresso un grido: un urlo contro la vita, il cielo e Dio.

 

Da un mese recitava al Teatro Vittoria di Novara; accanto a lei Luigi Farinelli sosteneva le parti del primo attore, condividendone gli onori del proscenio, i fiori e i regali. A farle corona sul palco, si muoveva un intero clan familiare; oltre a suo marito Luigi Cordiviola, a sua madre Adalgisa e a suo fratello Eligio, c’erano le sue quattro sorelle minori: Ernestina, Cesarina, Iolanda e Nelly.

Per la prevalenza dell’elemento femminile, la compagnia da alcuni anni aveva assunto il nome di “Drammatica Compagnia delle Sorelle Croce”, storpiato talvolta, nella stampa locale, in “sorelle Croci”.

Elettra, come accadeva agli attori dell’epoca, era apparsa in scena fino a pochi giorni prima di morire. Possiamo immaginare che abbia recitato con la febbre alta, i brividi di freddo, una forte sudorazione e un corpo indebolito. Eppure il pubblico di Novara, ogni sera, non accorgendosi minimamente del suo penoso stato di salute, l’amava e l’acclamava. Elettra era una “figlia d’arte”: nata e cresciuta sul palcoscenico, aveva la capacità di recitare in qualunque circostanza, senza mai fallire un colpo.

 

L’amore e la stima che era riuscita ad ottenere tra i novaresi traspaiono evidenti nel lungo necrologio pubblicato sul Corriere di Novara il 12 ottobre. Ancora una volta nessuno osa nominare il funesto contagio:

 

“Novara l’ha salutata bella, fiorente di giovinezza e di forza. Novara l’ha applaudita finissima intelligente artista, l’ha ammirata sulle scene del Vittoria, passionale, vera interprete delle più belle produzioni moderne. E ora il suo corpo vinto da un morbo crudele e repentino, giace inerte, freddo, e la città che le ha offerto il trionfo, le offre ora una piccola e quieta tomba dov’Ella la buona, che artista nell’anima fu pure Moglie e Madre esemplare e tenera, riposerà nel sonno eterno.

Chi la conobbe, chi per Lei ha vissuto un fremito d’arte, chi da lei fu commosso nella finzione artistica, non può non compiangerla…

E coll’artista rubata ad una gloria che già si delineava sicura, la donna morta nel fior della vita, la sposa, la madre strappata violentemente all’affetto dei suoi cari, dei due bimbi che adorava!

Sulla tomba che il destino crudele ha schiuso tanto immatura, deponiamo a quanti le resero, viva, omaggio, i nostri fiori della memoria, estremo saluto alle anime elette!”

   

Fiori della memoria: sconsolante metafora ossimorica che affida alla natura caduca del fiore sempre prossimo ad appassire l’oneroso compito di perpetrare nel tempo il ricordo…  miraggio chimerico d’eternità.

Eppure della giovane Elettra, anima eletta,  fiorente di giovinezza e forza, nel giro di pochi anni non resterà quasi più traccia: di lei solo una minuscola fotografia pubblicata sulla rivista teatrale Comoedia.

 

CAPITOLO I

 IN PRINCIPIO

 

 

Il Piemonte sembra aver svolto un ruolo del tutto particolare nella biografia di Elettra e in quella dei suoi familiari. Contrariamente a quanto avveniva ai comici girovaghi dell’epoca, apolidi e privi di radici, la famiglia artistica dei Croce sembra invece avesse scelto una patria e un’identità geografica: i maggiori eventi tragici e lieti della loro esistenza si svolgeranno per lo più in Piemonte, creando un incancellabile legame di sangue con questa terra.  

Il 6 ottobre 1885, a Castagnole Monferrato, una coppia di attori Onorato Croce e Adalgisa Bonvini consociati alla Compagnia Croce-Martini, dettero alla luce la loro primogenita, Elettra Carlotta. 

Onorato, il padre, giunto alla presenza dell’incaricato dell’ufficio anagrafico, non poté però assegnare alla bambina il proprio cognome: glielo impedivano le leggi allora vigenti e forse anche la mentalità dominante. Onorato infatti, all’epoca in cui Elettra venne al mondo, aveva 38 anni e risultava già legato da un precedente matrimonio con tal Anfossi Caterina, che resterà ufficialmente sua moglie fino alla morte.

Nel suo sangue non scorreva arte (né drammatica né ispirata da alcun’altra Musa): il celebre “Gustavo Croce”, marionettista a lui coevo, non gli è in alcun modo parente (si tratta solo di un caso di omonimia).

Onorato era figlio di Giuseppe Croce e Maria Quaglia, entrambi contadini.  Era nato il 12 dicembre del 1847 ad Incisa Belbo e aveva qui trascorso tutto il tempo della sua vita. Lavorando a capo chino nei campi.

Essendo un giovane robusto e forte si era sposato con una ragazza del paese, così come una legge non scritta, ma inderogabile, prescriveva. Ritmi di un’esistenza scanditi dalle stagioni, dal campanile e da secolari consuetudini.

Poi, un giorno, inaspettata, nella sfera compatta del paese, aveva fatto irruzione una realtà imprevista: si era insediata, nella piccola comunità di contadini, una compagnia teatrale. Gente stravagante. Che porta in sé evasione. Dietro sé, confusione.

Onorato, come gran parte dei suoi compaesani, aveva assistito ad alcune rappresentazioni della troupe. Lui più di altri,  ne era rimasto colpito,  affascinato da una giovane attrice, più giovane di lui di ben 12 anni. Adalgisa era diventata, di sera in sera, un pensiero frequente. Poi addirittura  assillante. Senza accorgersene, Onorato se ne era innamorato. E quando la compagnia riprese il suo giro, lui la seguì. Scappò dalle strettoie di una vita da lui mai scelta. Si mise al seguito dei teatranti, trascinato dalla loro magia. Dalla loro follia.


Onorato Croce

Adalgisa Bonvini

Adalgisa Bonvini, invece, era una figlia d’arte “puro sangue”. Fin dalla nascita (Santa Vittoria in Matenano, 28 ottobre 1859) aveva calcato i palcoscenici di tutta Italia con suo padre Giuseppe Bonvini (figlio di Angelo) e con sua madre Carlotta Maiolatesi (figlia di Romualdo), entrambi attori di lunga tradizione. Adalgisa ha un viso spigoloso, un’allure da gran dama britannica, con guance scavate, naso sottile e labbra esili. Non ha nulla della morbida maternità mediterranea: il suo aspetto richiama alla memoria quello dell’attrice statunitense Tallulah Bankhead oppure quello di Emmeline Pankhurst, guida del movimento suffragista femminile del Regno Unito. Entrambe figure femminili di rottura, antitetiche, sia nei modi che nell’aspetto, alla rappresentazione della vergine-madre consacrata in Italia dalla religione e dall’arte.

 

Elettra, nel venire al mondo, quasi fosse frutto di una colpa o della vergogna, fu iscritta sui pubblici registri con il cognome della madre (che però non la riconobbe) e fu per sempre Elettra Carlotta Bonvini. Eppure, non appena fuori da quell’ufficio, come per incanto, divenne per tutti Elettra Carlotta Croce e, con questo nome, girò di paese in paese, di palcoscenico in palcoscenico, quasi dimenticando che Elettra Carlotta Croce in realtà non esisteva perché non era mai nata.

 

Intanto, proprio a Castagnole, la ditta Croce-Martini si scioglie e Alfredo Martini continua il suo giro di piazze senza il socio; nel dicembre di quello stesso 1885, Adalgisa e Onorato, tramite le pagine del Piccolo Faust, cercano scrittura in altra formazione, lui come primo attor giovane o generico primario giovane e lei come prima attrice giovane o generica.

L’anno comico successivo, il 1886, i due sono scritturati da Egisto Paoli nel ruolo di prima attrice e di generico, accanto a Luigi Servolini (primo attore) ed ad Egisto Paoli che allievo del celebre artista Raffaello Landini veste i panni della maschera dello Stenterello.

Ma anche questa formazione non sembrò avere per loro molta fortuna se, nel novembre 1886, da Sinalunga, i coniugi Croce, sempre tramite le pagine del Piccolo Faust, si danno di nuovo disponibili per altro ingaggio.

L’anno 1887 li vedrà scritturati nella Drammatica Compagnia “Pietro Cossa”, condotta e amministrata da Salvatore Dreoni, primo attore al fianco di Lelia Seghezza. Adalgisa, in questa nuova compagnia, ha dovuto rinunciare all’ambito ruolo di prima donna.

 


 Locandina della Compagnia Egisto Paoli, 1885

Per quanto riguarda l’anno comico 1888, dei coniugi Croce non si hanno notizie. Tuttavia vi è una data essenziale per la loro biografia: il 18 ottobre 1888 viene alla luce il loro secondogenito, il primo maschio della famiglia, a cui ovviamente toccò la medesima sorte della sorella: fu registrato all’anagrafe con il nome di Oreste Bonvini, ma sarà poi conosciuto, per decenni, nell’ambiente teatrale, come Oreste Croce.

Il 1889 segna in qualche modo una svolta nel percorso artistico dei Croce: Onorato, forse stanco di cercar scrittura e di accontentarsi ogni volta dei soli ruoli rimasti disponibili, decide di creare una propria compagnia, confidando nel valore artistico della “moglie”. Fonda una compagnia sociale, di cui lui è direttore, amministratore e primo attore. La moglie, senza mai dismettere il proprio illustre cognome, compare in cartellone come Adalgisa Bonvini-Croce[1]. Elettra, di soli quattro anni, già figura, come parte ingenua, nell’elenco degli scritturati pubblicato sul Piccolo Faust il 26 settembre 1889.

La nuova formazione, nonostante appartenga alle piccole compagnie di provincia, doveva però distinguersi per gusto e correttezza, se il 26 settembre del 1889 così viene descritta sulle pagine del Piccolo Faust:

 

Ecco quello che trovo in una corrispondenza da Sordevolo, dove recita la compagnia Croce.

“In quella sera doveva andare in scena La colpa vendica la colpa del compianto Paolo Giacometti.

In complesso la produzione fu bene interpretata e la signora Adalgisa Croce sostenne lodevolmente la parte di Sara, come pure seppe farsi applaudire il signore Onorato Croce sotto le spoglie del dott. Edoardo. Incontrarono eziandio le simpatie del pubblico la signora Adele Poletti (Caterina Reinard) ed il signore Olivieri (Adamo Bigot)

Fu poi applaudita la piccola attrice di soli sette anni Norma Poletti nella parte di Nelly, che fin d’ora fa nutrire buone speranze sul suo avvenire.

Fece seguito la farsa La consegna è di russare, in cui il brillante Olivieri fece ridere assai il pubblico.

In conclusione son costretto a confessare che non mi aspettavo di assistere fra queste montagne ad uno spettacolo drammatico che ben poco lasciò a desiderare, e che torna ad onore dell’intera compagnia e dei sordevolesi che numerosi in tre giorni alla settimana si recano al teatro ad incoraggiare la compagnia colla loro presenza.”

La vita di Elettra si svolge secondo il “normale” copione dei figli d’arte[2]: è un’esistenza itinerante, mutevole, incerta, sradicata, ma allo stesso tempo fiabesca, capace di sommare in una sola centinaia di esistenze. Elettra, nei suoi primi anni di vita, migra da una formazione all’altra, in cui incontra decine di artisti e familiarizza con le loro idiosincrasie e stranezze, con i loro comportamenti eccentrici ed egocentrici. Si addormenta dietro le quinte, dopo aver passato l’intera giornata tra gli abiti di scena, le parrucche, il trucco, immersa fra le lunghe narrazioni e le interminabili epopee degli artisti suoi “compagni”. Non frequenta la scuola, ma ciononostante conosce a perfezione l’italiano standard, legge autori impegnati e conosce le loro maggiori opere. Non ha un paese né una casa, ma soprattutto non ha nulla in comune con i centinaia di bambini che, girovagando, incontra.

 



Oreste Croce 
 


[1] Per l’uso sistematico che le attrici facevano del doppio cognome si rimanda a M. Ballerini, “La lunga epopea dei figli d’arte” http://www.canino.info/rubriche/teatro/figlidarte/

[2] Cfr. M. Ballerini, “La lunga epopea dei figli d’arte” http://www.canino.info/rubriche/teatro/figlidarte/

 

 

   

 


   
   
 

 

 

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