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Breve biografia dell'attrice Elettra Croce-Cordiviola

 

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di Mauro Ballerini

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Nel 1890, fino all’agosto, Onorato è ancora capocomico dell’omonima compagnia, ma poi dal settembre va scritturato insieme alla moglie presso la Compagnia di Giuseppe Angeloni: nell’ottobre recitano a Cesena al Politeama sociale. Nella prima metà dell’anno comico 1891, è la compagnia di Carlo Alberto Serrutini ad accogliere la famiglia Croce e dal settembre quella condotta dai caposoci Olivieri e Gargiulo.  Nel 1892 il Croce forma di nuovo  una propria compagnia ed è interessante, a tal riguardo, la notizia riportata sul Piccolo Faust il 16 giugno 1892 in cui si riferisce che:

“Il capocomico Onorato Croce avendo fatto costruire a Caprino una nuova Arena, fa ricerca di comici d’ambo i sessi per completare la compagnia. Siccome è da molti anni che a Caprino non vi sono divertimenti teatrali, spera di fare, nell’estate eccellenti affari.”

Onorato ha l’indole dell’imprenditore, senso di iniziativa e spirito pratico: comprende che le “piazze vergini”, come quella di Caprino veronese, possono essere estremamente fruttuose per lui e i suoi compagni e addirittura ha il coraggio di allestire un’arena estiva appositamente per la sua compagnia.

Nell’anno successivo, il 1893, il Croce si unisce in società con Olinto Bencini e crea la Compagnia Sociale Croce-Bencini.  Il 4 luglio di quell’anno la compagnia recita con certezza a  Motta di Livenza: è qui infatti che  Elettra vede nascere una nuova sorella, la terzogenita dei fratelli Croce, a cui fu dato il nome di Cesarina. Caa va sans dire, Cesarina Bonvini.

 


Cesarina Bonvini

Nel febbraio del 1894 la compagnia si trova a recitare al teatro di Gatteo, provincia di Forlì, ed è in tale occasione che alcuni estimatori pubblicarono questo inno in onore dei due coniugi Croce e in particolar modo della prima donna, Adalgisa Bonvini:

 

Agli attori coniugi

Adalgisa Bonvini  e Onorato Croce

che nella stagione invernale 1894

diedero nobile saggio di periti comici

nel teatro di Gatteo.

A tessera di grande congratulazione  e gratitudine

del vero merito, ammiratori offrivano:

“Chi è colei che le nostre scene abbella

con tanta meraviglia e gran valore,

che orna di grazia e veste di splendore

il tratto, il portamento e la favella.”

 

Nell’anno comico 1894-95 Onorato Croce è di nuovo capocomico di una compagnia che porta il suo nome. Con lui recitano Farnesi, Cavagnoli e Sante Olivieri.

Nel 1895 il Croce entra in società con il noto Achille Zaggia (figlio d’arte di lunga tradizione) e forma la Zaggia-Croce.  Nel Piccolo Faust dell’8 agosto 1895 giunge da Castelfranco Emilia questa recensione che ci informa non solo del buon esito degli spettacoli ma ci indica anche alcuni artisti presenti in compagnia:

 

“Da alcune settimane agisce all’Arena Morandi la compagnia Zaggia-Croce. Il complesso è buono e tutti gli attori recitano con buona volontà. La signora Zaggia si distingue pure nelle parti di canto in cui fa sfoggio di una buona voce. Ottimo attore anche il Zaggia e degni di lode i coniugi Croce. Non vanno dimenticati il Bisi e la famiglia Poletti. Il pubblico accorre seralmente numeroso e la stagione riuscirà bene davvero.”

 

 

Nei due anni a seguire, il 1896 e il 1897, risulta attiva la Compagnia Onorato Croce senza altri soci.

Il 1897 è un’altra data significativa per la famiglia: il 7 agosto, a Langhirano, Adalgisa partorisce la sua quartogenita, battezzata con il nome di Ernestina (ovviamente Bonvini), ma poi divenuta nota a tutto il mondo teatrale con il diminutivo di “Tina” (immagine 6).

A Langhirano la Compagnia Croce aveva fatto una stagione piuttosto lunga; infatti, in un articolo risalente al 23 giugno, pubblicato sul Piccolo Faust, si legge:

 

 

“Da parecchie sere agisce in queste modeste scene la brava compagnia Onorato Croce.

I buoni elementi di cui è composta e l’affiatamento inappuntabile le darebbero diritto di solcare scene di maggiore importanza.

Una lode speciale alla signora Croce e alla sua bambina Elettra.

Bravissimi il Croce, l’esilarante Gastaldi, e l’esordiente Turini.”

 

 

Il breve trafiletto è degno di nota per almeno due motivi: per il fatto che la compagnia è reputata degna di solcare scene più importanti di quelle dei paesi della provincia, e per il fatto che Elettra, che a quest’epoca è appena una dodicenne, già merita di essere menzionata accanto alla madre e per giunta con una “lode speciale”. È del tutto evidente che, seppur bambina, Elettra già doveva mostrare particolari doti artistiche e presenza scenica.

 

Dal 1898 al 1910, per ben 12 anni, Onorato Croce risulta stabilmente capocomico di una compagnia che porta il suo nome. Purtroppo di questi 12 anni di attività non si sono potuti rinvenire i nomi degli attori scritturati né articoli di giornale che recensiscano le messe in scena.

È stato però possibile ricostruirne, tappa dopo tappa, tutti gli spostamenti (vedi allegato II): la compagnia si muove esclusivamente nell’Italia del nord, fra i piccoli borghi della Lombardia, dell’Emilia, ma soprattutto del Piemonte, attraverso paesi con poche migliaia di abitanti delle provincie di Cuneo, Alessandria, Asti e Torino. È una compagnia che gli storici del teatro in base alle “piazze” occupate definirebbero “minuscola”. Tuttavia io credo che, al di là di una definizione banalmente “quantitativa”, vada sottolineato il valore qualitativo di queste compagnie, che le rende “spaventosamente grandi” nel loro eroismo e nella loro missione: sono un esempio sorprendente di come, in un’Italia ancora esclusivamente contadina e provinciale  (che ancora parlava per lo più in dialetto e con un tasso di analfabetismo che superava il 50%), ci fosse però la capacità di accogliere e apprezzare l’arte e i suoi esponenti, e ci fossero, d’altro canto, artisti organizzati in formazioni stabili e strutturate, pronti a portare, senza snobismo, la loro maestria in qualunque angolo, anche il più sperduto, della nazione. È il segno tangibile di un mondo antico (che noi talvolta stigmatizziamo come retrogrado o arretrato) che possedeva una curiosità viva e un’ingenua apertura al nuovo, una permeabilità verso l’altezza e verso la profondità, che il mondo contemporaneo forse ha perso.   

Per quanto riguarda Elettra, possiamo essere certi che ella abbia seguito, durante questi anni, l’intero iter della carriera attoriale: da principio generica, poi servetta, a seguire attrice giovane e infine prima attrice giovane e talvolta persino prima donna (anche se è probabile che questo ruolo fosse gelosamente custodito dalla madre).

Accanto a lei, man mano che crescevano in età e in bravura, saranno comparsi i fratelli (Oreste ed Eligio) e le sorelle (Cesarina, Iolanda, Nelly, Ester e Ernestina). Visto il gran numero dei figli, la compagnia tese sempre più a caratterizzarsi come una vera e propria “impresa familiare”, dotata di autosufficienza e autoreferenzialità.

 


Ernestina (Tina) Bonvini
 

 

CAP. II

MOGLIE E MADRE ALL’INIZIO DEL SECOLO

 

“Le donne lo sanno che il cielo

è leggero però non è vuoto”

 

All’interno dei dodici lunghi anni (1898 - 1910) che si collocano nell’epocale passaggio dal XIX al XX secolo, sono da segnalare alcune date essenziali per l’esistenza di Elettra.

Tanto per cominciare il 1904.

Elettra, con la compagnia paterna, si trova a recitare a Coggiola. Qui, il giorno 11 luglio, si unisce in matrimonio con il ventiquattrenne Luigi Cordiviola, più grande di lei di sei anni. Per sposarlo Elettra deve chiedere ed ottenere il consenso del “consiglio di famiglia”. Ottenutolo, tutto avvenne nell’ufficialità più assoluta: eppure,  sul documento di matrimonio, lei risulterà addirittura figlia di “genitori ignoti”.

Il Cordiviola, dal canto suo, non è un “figlio d’arte” e il suo cognome così poetico e suggestivo non è un fittizio nome d’arte. La sua storia anzi non ha nulla di suggestivo né di poetico: è una di quelle torbide vicende che, nel passato, segnavano tragicamente il destino di tante donne e di tanti bambini.

Luigi Cordiviola, proprio come Elettra, portava il cognome di sua madre, Angiolina Cordiviola.

A differenza però della più fortunata Elettra, cresciuta e vissuta con il proprio padre, lui di suo padre non osava neppure pronunciare il nome. Si considerava per davvero figlio della colpa, anzi il frutto di una duplice colpa: sua madre, infatti, giovane fin troppo sprovveduta, andata a servizio presso il marchese Pallavicini di La Spezia, aveva avuto l’ardire di “commettere peccato” priva del vincolo matrimoniale, cedendo alle lusinghe del suo giovane “padrone” e aveva così osato mischiare il proprio umile sangue a quello di un aristocratico. Non appena il ventre di lei iniziò a lievitare, fu immediatamente allontanata dal nobile palazzo insieme al figlio che portava in grembo. Quel bambino sarebbe stato solo ed esclusivamente figlio suo e… della povertà, che da lì in avanti li avrebbe attesi e accompagnati. Una povertà senza scampo.

Luigi crebbe in un mondo ostile, che mal tollerava i figli privi di padre e tacciava sua madre di una indicibile vergogna. Crebbe, a dispetto del suo cognome, con un cuore indurito e gonfio di aspro risentimento verso le belle facciate dei potenti e il perbenismo bieco dei benpensanti. Fu invece attratto da chi, come lui, si muoveva ai margini della società, sul confine invisibile tra il lecito e l’illecito, in quello spazio dei “nessuno” popolato di artisti, folli, deviati, maghi e ciarlatani.

Quando sulla sua strada comparve, quasi per incanto, la bella e carismatica Elettra, circondata da tutti i suoi compagni d’arte, per lui fu come riconoscersi allo specchio: in ciascuno di loro vide se stesso, nella loro vita girovaga scorse una qualche possibilità di riscatto, intravide l’unica scelta che avrebbe potuto cancellare l’ignominia. Perciò si fece nomade tra i nomadi; finalmente poté mostrarsi diverso tra i tanti altri diversi che, in ogni dove, incontrava. Il suo cognome, così evocativo, poteva ora divenire per lui motivo di vanto, un pretesto per iniziare a narrare, quasi fosse la trama di feuilleton, la tragica storia di sua madre vittima innocente dei soprusi dell’infingardo marchese.     

 

Quando, dopo tre anni dal matrimonio, Elettra il 16 aprile iniziò a sentire le doglie del parto, la compagnia Croce si trovava a recitare a Caraglio, in provincia di Cuneo. Stava per nascerle il suo primo figlio e ad accoglierlo era ancora una volta il Piemonte. Il Piccolo Faust del 24 aprile 1907 così riporta la notizia: “La signora Elettra Croce-Cordiviola ha dato alla luce un bel maschiotto. Auguri.”

Al bambino, giocoforza, fu dato il nome del nonno materno: sarà così il secondo Onorato della famiglia; Onorato Cordiviola con il cognome regolarmente ricevuto dal padre.

Elettra è una primipara di 22 anni e si sente impreparata. Per le attrici girovaghe gestire un neonato non era certo un’impresa semplice: basti dire che erano i bauli a far loro da culla. Elettra tuttavia aveva dalla sua parte un grande vantaggio: era circondata da un vero e proprio gineceo famigliare, valido supporto nello svezzare un bambino e nel non fargli mancare cure, attenzioni ed affetto.

 

Il mese di ottobre per la famiglia Croce era da sempre un mese di nascite e compleanni, un mese festoso e lieto: ad ottobre era nata Adalgisa; ad ottobre erano nati Elettra ed Oreste e – per una coincidenza incredibile, nel medesimo giorno in cui era nata la sua nonna materna – il 28 ottobre del 1909, a Pontestura, di nuovo in Piemonte, vide la luce anche il secondogenito di Elettra. Un altro maschio e anche lui battezzato con un nome assai caro alla famiglia Croce: fu chiamato Oreste, come il fratello ventiquattrenne della madre, il maggiore di tante sorelle, amato e corteggiato da tutte loro, nonché ammirato per la sua bellezza, eleganza e bravura. Dalle fotografie sopravvissute è indiscutibile che avesse un sorriso particolarmente ammaliatore. Chiamare un bambino con il suo stesso nome equivaleva ad augurargli altrettanta buona sorte. Un avvenire ricco di successo.

 

CAP. III

NULLA PIÚ COME PRIMA

 

“I viandanti vanno in cerca di ospitalità

nei villaggi assolati  e nei bassifondi

 dell’immensità”

Il 22 gennaio 1911 è un’altra data fondamentale per la vita di Elettra e dei suoi fratelli. Una svolta, un ricominciamento, un nuovo capitolo ancora tutto da scrivere di un libro eternamente incompiuto. Il 22 gennaio 1911, a Cavallermaggiore, a 63 anni, muore infatti all’improvviso Onorato Croce. Dopo lunghi anni di assoluto silenzio sul suo conto, il Piccolo Faust  del 1 febbraio riporta così la notizia:

  “Domenica 22 , assistito dalla famiglia, è morto a Cavallermaggiore l’attore Onorato Croce. Ai funerali oltre la famiglia ed i compagni, ha partecipato la cittadinanza che ha voluto dare al povero estinto l’ultima estimazione d’affetto. Condoglianze ai congiunti.”
 

Ancora una volta è il Piemonte a fare da cornice ad un evento (questa volta tragico) cruciale per il destino dei Croce: con Onorato, infatti, veniva meno non solo il perno della famiglia ma anche l’asse portante della compagnia.  Morendo, lasciava orfani ben otto figli (alcuni dei quali poco più che bambini), fra cui  sei femmine alle quali ben difficilmente sarebbe potuto spettare il ruolo di capocomico, amministratore e direttore della troupe. A farsi carico di tutta la famiglia, della madre e dei fratelli più piccoli, fu Oreste, il bell’Oreste seduttore e fascinoso. Nelle settimane che seguirono la morte di Onorato, sul Piccolo Faust, compaiono di continuo brevi trafiletti nei quali egli fa ricerca di attori e attrici per formare una nuova compagnia.

Oreste è giovane, pieno di energie e ha voglia di ricominciare, di rifondare tutto da capo, lasciandosi alle spalle, pur senza rinnegamenti, il passato.

Percepisce ormai come insopportabilmente angusti gli spazi della sperduta provincia piemontese, i teatri parrocchiali, gli stanzoni delle commedie; vuole volgere altrove il timone, percorrere mari non navigati, mettersi alla prova su rotte sconosciute. Vuole traversare l’Italia intera e presentarsi su palcoscenici di teatri veri, con platee, palchi e loggione. Fin da subito, Oreste compie un atto coraggioso: depone dal trono sua madre, ormai cinquantaduenne e non più adatta a rivestire gli abiti della prima attrice. Troppo spesso gli appare stanca e ripetitiva nella recitazione. Al suo posto incorona Elettra, la sorella maggiore.



 

 

   

 


   
   
 

 

 

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