LO SCANDALO DELLE SLOT MACHINE

Cronistoria di uno Stato biscazziere e distratto e di 10 concessionarie che si ingrassano con il gioco d'azzardo legalizzato

 


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di Giacomo Mazzuoli

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C’è un’industria in Italia che non conosce crisi, anzi è proprio nei momenti di crisi come questo che ottiene i suoi massimi fatturati e profitti. E’ l’industria del gioco, legalizzato o clandestino che sia, che sfrutta le ansie e i sogni di chi non ha grandi aspettative per il futuro e si rifugia nella speranza, vana, di risolvere i suoi problemi con una vincita al gioco.

Senza considerare i giochi clandestini, la cui incidenza sul PIL può essere solo presunta in quanto il relativo business è in mano alla malavita organizzata, il volume dei giochi legalizzati in Italia nel 2011 ha raggiunto la cifra di 80 miliardi di euro.

La maggior parte di questo fiume di denaro viene inghiottito dalle slot machines di nuova generazione, quelle che, con giocate massime di un euro permettono vincite in denaro non superiori a 100,00 euro.

E dove ci sono fiumi di denaro, potete giurarci, alligna la commistione di torbidi interessi tra funzionari statali, politici, imprenditoria offshore e malavita organizzata.

Ecco allora che in questo Paese che vuole darsi nel mondo un’immagine di rigore e di Buon Governo, si continua a favorire chi opera con scarsa trasparenza e nel disprezzo delle regole, chiedendo (e ottenendo) sacrifici di dubbia efficacia a chi le regole le ha sempre rispettate.

 

Uno Stato biscazziere, e persino disattento a incassare quanto pattuito con le imprese che operano nel settore, poco interessato ad applicare sanzioni (anzi preoccupato a renderle meno pesanti) a chi non rispetta le regole, sarebbe da biasimare a priori solo perché le circa 400.000 macchinette mangiasoldi sparse per ogni dove hanno provocato innumerevoli casi di ludopatie con tante famiglie che sono finite sul lastrico per colpa di questo gioco insensato.  Ma se leggerete questo riassunto sulla breve cronistoria di queste macchinette vi troverete di fronte un quadro a dir poco raccapricciante del tessuto imprenditoriale e politico che ne viene alla luce.

Tutto è cominciato nel 2004. Quando i Monopoli di Stato hanno affidato a dieci concessionarie la gestione delle macchinette elettroniche: new slot nei bar e tabaccherie, e videolottery di nuova generazione in sale dedicate. Alle dieci concessionarie spetta la conduzione della rete telematica con l'obbligo di assicurarne l'operatività. Sono queste società a incaricare i gestori di installare gli apparecchi - attualmente 400 mila - poi affidati agli esercenti, i locali pubblici dove gli utenti giocano. Le concessionarie hanno il delicato compito di esattori per conto dello Stato, in quanto oltre a incassare il proprio utile, incamerano anche il "Preu", prelievo erariale unico, che poi versano ai Monopoli. Il Preu è pari al 12,6 % delle giocate e la loro entità dovrebbe risultare dal collegamento telematico di ogni macchinetta al cervellone centrale delle società concessionarie.

                                                                                                                           

Ma vediamo quali sono le concessionarie. In prima fila Lottomatica e Snai, le uniche totalmente made in Italy. Le altre otto, invece, presentano azionariati in parte o del tutto protetti da sedi estere. La Cogetech è di proprietà della Cogemat, Spa di proprietà al 71 per cento della OI Games 2 con sede a Lussemburgo. Gamenet è al 42 per cento (quota di maggioranza) della Tcp Eurinvest, sede Lussemburgo. Hbg è al 99 per cento di proprietà della lussemburghese Karal: solo l'1 per cento è di proprietà di un italiano, Antonio Porsia (che è anche l'ad), imprenditore definito dalla stampa finanziaria il nuovo numero uno delle sale da gioco. Il gruppo delle "lussemburghesi" è chiuso dalla Sisal, al 97 per cento della Sisal Holding finanziaria, Spa al 100 per cento della Gaming Invest, sede nel granducato.

Ci sono poi le società spagnole: Codere, al 100 per cento del gruppo Codere Internacional, e Cirsa di Cirsa international Gaming Corporation. Le altre due concessionarie sono G. Matica - al 95 per cento della Telcos, una srl con 126 mila euro di utile che è controllata per il 52 per cento dalla Almaviva Technologies (altra srl della famiglia Tripi) e per il 37 per cento della Interfines Ag, sede legale Zurigo - e Atlantis (con sede nelle Antille Olandesi), oggi sostituita da B Plus Giocolegale limited, la più grande e la più controversa (detiene circa il 30% del mercato), che ha la sede principale a Londra con 68 dipendenti e una "sede secondaria" a Roma.

Come si è accennato la convenzione firmata tra lo Stato Italiano e le concessionarie stabiliva che le slot dovessero essere collegate telematicamente a un cervellone per misurare il volume delle giocate e quindi la tassa da pagare allo Stato e per ogni ora di mancato collegamento di ogni slot il concessionario dovesse pagare una penale di 50 euro.

Per mesi, talvolta per anni, però i concessionari non hanno collegato le slot.