La storia degli oliveti di Canino a partire dal 1800 (seconda parte)

Estratto dal numero di Giugno 2016 di Canino 2008

 

Stampa

di Arturo Archibusacci

Clicca sull'immagine per corrispondere con l'autore


 


 

Le operazioni di squadro di detti terreni per la messa a dimora delle piante di olivo furono effettuate dagli operai del Principe Torlonia con a capo quel Bonifazi Ruggero, personaggio storico di Canino, detto il “Tredicino" perché il tredicesimo di una famiglia numerosissima originaria di Piansano. Il Tredicino è stato un importante poeta e cantastorie locale ed ogni volta che lo incontravo lo apostrofavo con il detto “ecco Ruggero detto il Tredicino, il più grande cantastorie di Canino”: nella mia biblioteca conservo con amore un suo libro di poesie con tanto di dedica.

In quegli stessi anni il Principe Torlonia mise a dimora qualche migliaio di olivi ai lati della strada interna alla propria azienda, che collega Musignano a Riminino. Altri olivi erano già presenti presso le terme di Musignano e i monti di Canino, compreso Poggio Olivastro; altro non erano che i vecchi olivi selvatici, nati spontaneamente e coltivati dagli Etruschi e dagli antichi Romani.

Nel 1935 la mia famiglia acquistò ii frantoio, ancor oggi esistente e funzionante, di via del Boschetto, vicino al campo sportivo di Canino. II frantoio fu tutto rimodernato, azionato ad energia elettrica, vi furono installate sei superpresse della marca “Pignone” di Firenze, fu fatta costruire appositamente una macina di granito dell’Isola d’Elba, del peso di oltre 90 q.li, per quel periodo considerata la più grande d‘Italia. Inoltre il frantoio fu dotato di separatore centrifugo azionato ad energia elettrica che permetteva di separare automaticamente l'olio dall'acqua di vegetazione, che fino a quel periodo era separato manualmente per “affioramento".

Nel 1939 a Canino, primo in Italia, fu organizzata per volere di mio zio Pompeo Archibusacci allora podestà del paese, insieme ad altri importanti olivicoltori di Canino, la prima “Sagra dell’olivo”, evento che ebbe un risalto mediatico a livello nazionale portando come esempio colturale l’oliveto sperimentale delle Capoccette, di proprietà della storica ed importante famiglia locale Caporioni, ancor oggi attivi nel settore.

Nel 1952 a Canino lo Stato Italiano, tramite l’Ente Maremma, preposto a tali mansioni, aveva effettuato l’assegnazione delle terre espropriate ai grandi latifondisti locali e non, in primi al Principe don Alessandro Torlonia, a danno del quale venne effettuato il più grande esproprio terriero in Italia in relazione ad un unico proprietario e, in forma molto più ridotta, al conte Antonio Valentini di Laviano, pronipote di Luciano Bonaparte e alla famiglia deli’avvocato Mario Brenciaglia (imparentato sia con i conti Valentini che con la famiglia De Andreis) che, pur non possedendo migliaia di ettari di terra, fra l’altro tutta ben coltivata ad oliveti anche sperimentali, furono comunque oggetto di esproprio. I nuovi fermenti in agricoltura scaturirono dall‘impulso che la riforma fondiaria stava dando ai nuovi coltivatori di quei terreni, con la messa a dimora di nuovi impianti di olivi e con tecniche di coltivazione ed impianto innovativi per l'epoca, Da qui, grazie al]'impulso dato dall‘Ente Maremma, inizia l‘altra storia della olivicoltura caninese che ci porta ai giorni nostri.

 

 

 

 

 

 

Associazione Canino info onlus 2016

TORNA SU