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La salita al monte
Certo, chi assiste per la prima volta alla Barabbata può anche
rimanere colpito e forse un pò disturbato dal clima caotico e
scomposto in cui si svolge la manifestazione; di qui il nomignolo –
barabbata, appunto – che i martani mal sopportano, perché per loro
è semplicemente la festa della Madonna del Monte, la loro festa.
Ed hanno ragione, perché la festa si fa così - che ne sanno i
forestieri? - non c’è niente di cui vergognarsi. Ed infatti non si
vergognano. Perché, se ci pensi, gridare tutto il giorno a
squarciagola, con le gote arrossate, la fronte madida, il respiro
ansante, la propria fede incrollabile verso la Madonna, Gesù, il
Santissimo Sacramento... qualche scrupolo, qualche pudore uno
potrebbe anche avercelo. Loro no.
Deve scattare una sorta di orologio biologico, impostato
geneticamente secoli fa, ed ogni anno ricaricato il 14 maggio...
Non si capisce altrimenti come possa accadere che persone
“normali”, operai, studenti, professionisti, impiegati, benestanti
e disoccupati, ogni anno si calino - non solo metaforicamente -
nelle vesti di bovari, pecorai, pescatori, contadini e villani e vi
si trovino così a loro agio da fare tutto quanto abbiamo detto e
stiamo per dire. Perché il giorno dopo, se li rincontri, ritornano
persone normali, magari anche timide, appartate, discrete.
La fase più spettacolare della festa, la salita al monte, che
abbiamo detto e ribadito alquanto disordinata, è per la verità
incardinata in un rigoroso ritualismo di ruoli, azioni, gesti,
parole che poco o nulla - al di là delle apparenze - lasciano allo
spontaneismo. Tutta la manifestazione è anzi rigorosamente
strutturata come gli anelli di una catena.
Intanto tutti i ruoli sono rigidamente preordinati nelle quattro
tradizionali categorie: i casenghi, vale a dire i “capoccia” delle
tenute, che sfilano a cavallo con pantaloni blu, camicia bianca e
cappello nero; i bifolchi, ovvero coloro che spingono l’aratro
trainato dai buoi, con pantaloni scuri, camicia celeste, corpetto
grigio e alti gambali in cuoio; a loro sono aggregati i pecorai,
con al seguito, pecore, capre, agnelli e capretti; seguono i
villani, ovvero gli agricoltori, la categoria più variegata: il
loro gruppo è aperto dai sementerelli (i seminatori), con pantaloni
blu, camicia bianca e cappello chiaro; hanno un fazzoletto blu
intorno al collo e portano a spalla le grandi bisacce in tela
grezza che servivano per la semina e dalle quali traggono e
incessantemente spargono fiori di maggio lungo tutto il percorso,
perpetuando l’antico gesto del seminatore; vengono poi le Vanghe,
la cui figura è caratterizzata dall’omonimo attrezzo, simbolo della
fatica e del sudore contadino: portano anch’essi bisacce per il
pane e il companatico e hanno al collo un fazzoletto a scacchi
bianco e blu; seguono i Falciatori, con la grande falce fienaia,
fiaschetta per il vino, corno cavo per riporre la cote con cui
rifilare la lama e fazzoletto a scacchi bianco e rosso; chiudono la
categoria i Mietitori, con gli attrezzi tipici del loro lavoro:
falcetta e cannelli per proteggere le dita e mazzi di spighe legate
a simboleggiare le “gregne”; portano annodato al collo un
fazzoletto a quadri bianco, rosso e blu; sono il gruppo più
ordinato: sfilano compostamente inquadrati in file orizzontali e
verticali cantando inni mariani; chiudono i pescatori, la categoria
più esagitata e restia a qualsiasi forma di disciplina: indossano
pantaloni in tela azzurri, maglietta girocollo bianca, basco nero
ed alti stivali; portano legate ai fianchi reti e funi di
ancoraggio. Talvolta sfilano scalzi, sacrificio che non è
risparmiato neanche ai bambini.
Ma la cosa più spettacolare sono senz’altro i carri, talvolta
chiamati anche fontane per lo zampillio e i giochi d’acqua di cui
sono dotati. Allestiti da gruppi di appartenenti alle varie
categorie, su di essi sono artisticamente allestite le offerte
votive alla Madonna del Monte. Un autentico spettacolo pirotecnico
di colori, odori, sapori. Caleidoscopiche composizioni di frutta,
fiori, verdure, ortaggi, canne, arbusti, rami, tralci e foglie che
appagano l’occhio e sollecitano soavemente ogni altro senso.
Guardare questo spettacolo con gli occhi accesi di un bambino è
un’esperienza indimenticabile.
Un tempo, quando le colture in serra e le importazioni di primizie
non erano ancora così diffuse, l’effetto sorpresa era anche
maggiore: vedere grappoli d’uva freschi e rubicondi come appena
recisi; prugne lucide e appetitose, pesche mature e polpose, rami
d’olivo con il frutto ancora verde aveva un che di magico,
meraviglioso. I martani tramandano tecniche antiche e segrete per
conservare freschi i prodotti fuori stagione con i quali
arricchiscono i loro carri. Su ognuno di questi è sempre presente,
in posizione centrale, l’immagine della loro Madonna, anch’essa
agghindata e incorniciata di fiori e frutta, simbolo tangibile del
loro perenne amore. Anzi, tutto l’allestimento del carro ruota
intorno alla figura di Maria.
I pescatori non sono da meno, anzi i loro carri sono i più
caratteristici e attesi. Elemento fondamentale delle composizioni è
naturalmente il pesce, in tutte le sue forme, specie e dimensioni.
Fanno a gara i pescatori martani ad accaparrarsi gli esemplari più
grandi e più belli, che poi esibiscono orgogliosamente issati su
pertiche o artisticamente disposti sui loro carri riproducenti
talvolta la tipica barca del lago, quando non si tratti di una vera
barca addobbata con tutti gli ormeggi, le reti e gli attrezzi
necessari per la pesca.
A dir poco esagitati i pescatori: non smettono di gridare un solo
istante, si esibiscono in assoli ai limiti delle potenzialità delle
corde vocali, arrovellano la voce, la dilatano, la strapazzano
oltre ogni misura. Si intuisce un certo esibizionismo in taluni di
loro e talvolta i compagni sorridono quando uno vuole strafare,
come se stessero partecipando ad una recita. Ma anche questo fa
parte della festa: del resto uno non se ne sta certo sotto un sole
insolitamente rovente (sempre così, a memoria d’uomo), in stivali o
scalzo sull’accidentato selciato, con pesci da dieci chili sulle
spalle a far mostra di modestia.
Altro aspetto della ritualità è il tradizionale e caratteristico
gesto con cui ogni partecipante solleva in alto con la mano il
proprio cappello nel momento in cui vengono elevate le quattro
tradizionali invocazioni:
EVVIVA MARIA!
SIA LODATO IL SANTISSIMO SACRAMENTO!
EVVIVA LA MADONNA
SANTISSIMA DEL MONTE!
EVVIVA GESU’ E
MARIA!
È un gesto
coreografico e spettacolare che affonda le sue radici nel sacro.
Quando si entra in chiesa ci si toglie per rispetto e devozione il
cappello: inneggiare al nome di Maria, anche se si è in strada, è
come rivolgere alla madre divina una preghiera dai banchi di un
tempio; i devoti rinnovano incessantemente con quel gesto il loro
saluto e la loro invocazione a Maria.
Tutto il percorso, dall’inizio alla fine, è un riecheggiare di cori
che si rincorrono e si sovrappongono. Si sta attuendo l’eco del
gruppo che è appena sfilato davanti a noi, ma ecco il crescente
fragore di quello che sopraggiunge, che non riesce comunque a
coprire le acclamazioni di quello che segue. Anche in questo
ambito, tuttavia, la ritualità condiziona e determina lo
spontaneismo: di solito il grido di acclamazione è provocato da uno
dei partecipanti che si rivolge ai suoi compagni proferendo il
tradizionale invito: “Arivolemo di’ evviva?”. Esortazione che viene
ripetuta incessantemente da un capo all’altro del corteo.
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| I casenghi
aprono la sfilata |
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| Seguono i
bifolch |
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| Sfilano i
pecorai |
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| I sementerelli
aprono il folto gruppo dei villani. Alla categoria dei villani
appartengono anche le vanghe |
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| Un giovane
villano grida le tradizionali lodi |
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| Il gruppo dei
falciatori |
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| I mietitori
sfilano cantando inni mariani |
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| Entusiasmo e
fede in un giovane pescatore |
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| I pescatori,
talvolta scalzi, chiudono il corteo |
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