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Polsi di
pietra e cuore alato
A 100 anni dalla nascita di
Oberdan Nistri
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di Mauro Ballerini |
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Oberdan Nistri interpreta "Otello", ritratto eseguito dal
pittore Romano Ballerini
SUPERBIA
Nel 1948, a
San Vincenzo, Oberdan Nistri compì dunque la grande svolta della
propria carriera e imboccò la strada che, in quegli stessi anni,
stavano perseguendo la maggior parte dei comici girovaghi: decise di
allestire un Carro di Tespi (cfr
Mauro Ballerini
http://www.canino.info/inserti/antropologia/tespi/index.htm)
La compagnia
che il Nistri andò formando sarebbe stata di stampo capocomicale:
gli attori avrebbero ricevuto una paga giornaliera,
indipendentemente dagli incassi.
Nonostante
l’evidente rischiosità economica della scelta, Oberdan ne colse
immediatamente l’aspetto positivo: solo una compagnia capocomicale
avrebbe potuto infliggere un colpo mortale al cuore stesso della
guitteria, origine di quel
teatro fatto di trucco impreciso, parrucche spettinate, abiti
tarlati, arredamento rimediato e, peggio ancora, di una recitazione
strascicata e declamatoria, enfatica e meccanica. Per tutti gli
attori dell’epoca il termine
guitto era un’accusa che rasentava l’oltraggio (cfr.
Mauro Ballerini
http://www.canino.info/inserti/antropologia/guitti/)
Il divampare
di questa contagiosa epidemia, il Nistri l’avrebbe evitato solo
assumendosi l’oneroso ruolo di capocomico, il gravoso privilegio di
essere lui il “Papa-re” del suo piccolo impero.
Avrebbe
deciso, da solo, senza alcun bisogno di consultare nessuno, le
piazze, le scenografie, gli abiti, gli orari e la durata delle
prove. Nella sua compagnia non sarebbero state tollerate
improvvisazioni di nessun genere, né oggetti o vestiario trasandati.
Nessun attore sarebbe potuto salire in scena senza aver affrontato
lunghe ore di prove giornaliere e il suo aspetto avrebbe dovuto
essere curato in ogni minimo dettaglio.
Da
“capocomico-regista” avrebbe potuto scegliere gli attori secondo
criteri rigorosi, cacciarli se fossero stati impreparati e
minacciarli (di toglier loro la paga) se li avesse giudicati di poca
volontà. Nella sua compagnia non ci sarebbe stato spazio per i
cani danesi (espressione
tipicamente teatrale per esprimere un pessimo attore).
Eccettuati
lui (primo attore assoluto),
Elena (prima donna) e Neda
(prima attrice giovane),
entrarono a far parte della nuova formazione artisti di antica e
onorevole tradizione: da una parte Jole (seconda
donna), Carlo (generico)
e Luciano (attor giovane)
D’Antoni, ultimi discendenti di una dinastia affermata fin dai primi
dell’Ottocento; dall’altra, Sante (padre
nobile), Emilio (primo
attor giovane) e Raffaello Marchesini, anch’essi appartenenti ad
una stirpe di comici addirittura settecentesca; ed infine Tina
Croce-Carani (madre nobile),
sorella della celebre Elettra e, come lei, erede dei Croce.
Che la scelta
degli attori, da parte del Nistri, fosse stata avveduta, ce lo
comprova il fatto che due dei suoi attori giovani, Luciano D’Antoni
ed Emilio Marchesini, ebbero poi una carriera lunga e ricca di
successi, avendo il primo lavorato per più di trent’anni con il
Teatro Stabile di Trieste e il secondo al fianco della Proclemer e
di Albertazzi, nel ciclo shakespeariano.
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Ma oltre che
sulla selezione degli attori, in
veste di “capocomico-direttore
artistico”, Oberdan avrebbe avuto
carta bianca sulla scelta del
repertorio: grazie ai suoi studi e
alle sue letture, Oberdan provava un
certo disagio di fronte a tutte
quelle produzioni di grande successo
popolare ma disdicevoli dal punto di
vista artistico. Nella sua compagnia
avrebbe cercato di selezionare opere
con un robusto impianto
intellettuale ed emotivo, nelle
quali non solo la perizia
dell’attore venisse messa alla
prova, ma venisse anche stimolata la
sensibilità estetica del pubblico.
Il repertorio
da lui scelto era variegato e sempre
dignitoso. Una parte di esso
derivava dal repertorio storico del
grande teatro all’italiana, rimasto
immutato nei decenni e ricevuto da
lui in eredità dai suoi genitori,
nonni e bisnonni. Pia de’ Tolomei,
Il Fornaretto di Venezia,
La morte civile, Il Padrone
delle Ferriere, Tosca…
erano opere conosciute e amate dal
pubblico che attendeva, di volta in
volta, di vederle riproposte per
poter giudicare la valentia dei
nuovi interpreti messi a confronto
con i precedenti. Un’altra parte del
repertorio era invece novecentesca:
Niccodemi (de La Nemica,
Scampolo, La Maestrina)
e D’Annunzio (de La fiaccola
sotto il moggio, Francesca da
Rimini, La figlia di Jorio) le
due colonne portanti.
Ma era
soprattutto nei drammi basati sul
protagonista maschile che il Nistri
riusciva a dare il meglio di sé: si
andava dall’Otello al
Conte di Montecristo, dal
Cardinale de’ Medici a La
Cena delle Beffe, dal
Beffardo a Papà Lebonnard…
A Oberdan,
però, tutto questo non bastava:
voleva visitare anche opere
innovative, non tanto basate
sull’intreccio, quanto piuttosto
sulla psicologia dei personaggi.
Ecco che, in questo suo progetto di
rinnovamento, introdusse due opere
piuttosto recenti e assai complesse
quali Nozze di sangue (opera
di Garcia Lorca pubblicata a Madrid
nel 1933 e arrivata in Italia solo
nel 1939) e L’urlo (di
Alessandro De Stefani e F. Ferruccio
Cerio, del 1943).
La prima,
intessuta di mito e lirica,
s’incentrava sulla forza ancestrale
del sangue e sullo sgomento muto che
si prova di fronte all’odio che essa
produce; la seconda era un dramma
intriso di psicanalisi, sdoppiamento
della personalità e schizofrenia.
Due opere raffinate, capaci di
affrontare temi inusuali, piuttosto
insolite tra i comici itineranti, ma
che il Nistri non avrebbe mai
escluso dal proprio repertorio,
neppure se questa scelta gli fosse
costata un minor incasso e un più
tiepido consenso.
Nel profondo
di se stesso, vale la pena
ripeterlo, egli è fermamente
convinto che, prima ancora di
assecondare il gusto del pubblico,
un buon capocomico debba tentare di
educarlo quel gusto.
Oberdan
Nistri ha infatti una concezione
“primordiale” del teatro, che non
ammette ostacoli alla comunicazione
tra un attore e il suo pubblico. È
fermamente convinto che non abbia
nessuna rilevanza il luogo in cui ci
si trova a recitare: l’arte
drammatica possiede una forza così
dirompente da superare ogni tipo di
barriera e penetrare all’interno di
ogni coscienza. Ad un attore non
serve un edificio teatrale: basta
una sedia, un piccolo spazio
rialzato e la magia del teatro
risorge tutt’intera. Il Nistri non
disprezza nessun pubblico, fosse
anche il più sprovveduto, ma al
contrario, come se si trovasse
sempre di fronte ad un
Gran Giurì Drammatico, in ogni
sua messa in scena infonde tutta
l’energia utile a dar voce
all’inesprimibile tensione verso la
Bellezza.
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Oberdan Nistri in una
plastica foto di scena, 1954.
Collezione privata. Mauro Ballerini
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Nel suo
inarrestabile viaggio, il Carro del Nistri sembrava navigare a
gonfie vele attraverso la fine degli anni Quaranta e i primi anni
Cinquanta. Mai un forno
(termine tecnico che indica la sala deserta), mai una contestazione;
la biglietteria faceva bene (nel gergo teatrale
fare bene non vuol dire
null’altro che guadagnare) e l’incasso era tale da permettere il
rinnovamento di scenografie e costumi, oltre che il pagamento della
retta mensile di due figli in collegio (e questa sì che era una
straordinaria eccezione per gli attori dell’epoca).
Il pubblico
sembrava amare la “Compagnia dei Grandi Spettacoli”, ma in modo
particolare ama il primo
attore: è Oberdan il demiurgo di ogni serata, il mago che
incanta le platee; lui il mattatore, l’istrione, l’equilibrista
sulle intangibili corde della poesia.
Ha una voce
calda, capace di penetrare nelle caverne del petto per poi
prorompere come una fragorosa cascata di suoni sordi e gutturali:
nel Volo di Icaro di Gabriele D’Annunzio esulta di fronte al
sogno del folle volo, grida il dolore del padre che assiste
impotente alla caduta precipitosa del figlio, dopo averlo
disperatamente chiamato immensità del cielo. La sua voce è un
uragano che scuote fin dalle fondamenta l’animo di chi l’ascolta;
come l’onda dannunziana
palpita, sale, si gonfia, s’incurva, rotola, galoppa, intoppa e
poi sempre più irrefrenabile «sciacqua,
sciaborda, scroscia, schiocca, schianta, romba, ride, canta,
accorda, discorda, tutte accoglie e fonde le dissonanze acute nelle
sue volute profonde, libera e bella, numerosa e folle, possente e
molle, creatura viva.»
Ma questa
“creatura viva” che è la sua voce, quando vuole, sa emettere pure
note lievi e carezzevoli, imbevute di una dolente malinconia, di un
flebile sogno d’infanzia: a sentirlo declamare L’aquilone di
Giovanni Pascoli – e in particolar modo gli ultimi versi – t’afferra
un nodo alla gola per l’esilità dei suoni che riesce ad emettere,
così contrari al suo titanismo wagneriano.
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La
"follia" sul volto di Oberdan Nistri
che
interpreta "Nozze di sangue" (1954). .
Collezione privata Mauro Ballerini
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Il suo volto
richiama una scultura espressionista, con fonde trapanature,
contrassegnato da un drammatico effetto chiaroscurale: quando
digrigna i denti, gli occhi gli si inabissano dentro le orbite,
quasi ne fossero risucchiati; quando invece li spalanca in un gesto
di incontenibile ferocia, la fronte si corruga e s’increspa così
tanto da renderlo quasi una maschera greca.
La sua bocca
talvolta assume un’espressione di diabolica perfidia, che si
manifesta in un’impercettibile smorfia a metà strada tra un palese
compiacimento verso la propria superiorità e un altrettanto evidente
disgusto verso l’umanità tutta. Nel suo naso dritto ma prepotente,
è impresso lo spirto
guerrier ch’entro gli rugge.
Sul palco si
muove con impetuosa destrezza: guizza, corre, si getta a terra e poi
si scaglia contro il suo nemico, con il quale ingaggia una lotta a
coltello; tanta è la foga dello slancio che sembra quasi voler
attorcigliare il corpo dell’avversario dopo che lo ha afferrato.
Altre volte invece ha un procedere grave, solenne, che da solo
riempie l’intero spazio scenico. Svetta sulle altre figure come un
titano sovrasta sulle povere creature mortali.
Le sue
braccia disegnano larghe gestualità, tipiche del Prontuario delle
pose sceniche ottocentesco. Nell’atto di accusa o di minaccia,
il suo braccio si tende con plastica irruenza, vigoroso come quello
di una marmorea scultura ellenistica. Nel ricevere la più funesta
delle notizie, il suo busto si piega tra contrazioni e spasmi sul
fianco sinistro dopo aver portato, con enfatica solennità,
l’avambraccio opposto sulla fronte in segno di straziante tormento e
indicibile sciagura.
Quando
incarna la gelosia di Otello, non pone limiti alla propria
passionalità e così rischia di uccidere sul serio le sue sventurate
compagne di scena: con una veemenza a metà strada tra l’arte e la
follia, afferra il collo di Desdemona e, con i suoi pesanti
bracciali di bronzo, lo stringe fino a strozzarla.
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Neda, la
figliastra, con il viso cianotico e gli occhi sgranati, quasi ogni
sera, emetteva l’ultimo fiato per implorarlo: “Smettetela!
Così mi ammazzate.” Ma lui, non potendo accettare
l’inverosimiglianza di una scena, non mollava la sua presa prima di
aver pronunciato l’ultima battuta. Talvolta colpiva Elena, sua
compagna di scena, con la spada, ferendola; talaltra, inscenando
La sepolta viva, la scaraventava a testa in giù in una
cisterna; nel migliore dei casi, costringeva
Elena-Tosca a gettarsi realmente dal palcoscenico per rendere più
credibile il suo suicidio.
Caninamente latra contro chiunque fra i suoi attori
commetta, anche solo involontariamente, un errore d’entrata o una
gaffe di scena; contro di
lui è pronto a scatenare tutta la sua furia: sempre fingendo di
recitare, lo prende a pugni o a calci di fronte al pubblico, che
resta ammaliato da questa sua interpretazione così superba da far
sembrare reale anche la finzione.
Ma da questa
sua indole furente non restano immuni neppure gli spettatori: il
Nistri non tollera schiamazzi o risate inopportune in platea e se,
per caso, qualche malcapitato si fosse permesso tali scorrettezze,
senza troppe cautele, lui avrebbe smesso di recitare e iniziato a
lanciare offese – ma anche oggetti – verso quel pubblico
zotico e vil. Se la rabbia
poi non fosse proprio riuscita a sbollirgli, poteva addirittura
scendere dal palcoscenico e andarsene, interrompendo lo spettacolo a
metà.
I lunghi
pomeriggi in attesa dell’apertura del sipario, li trascorre a
truccarsi, seminudo, qualunque sia la condizione climatica. E
durante questo interminabile rito, in cui la figlia è costretta a
reggergli lo specchio senza il minimo tremolio, lui prende a
narrare, con la sua voce stentorea, avventure, incontri e scontri
della sua vita che, di volta in volta, quasi per magia, si
allungano, si complicano, cambiano di continuo rotta ed epilogo.
Dovendo improvvisare storie inesistenti, per paura di cadere in
contraddizione ma volendo ciononostante lasciare stupefatti i propri
ascoltatori in un crescendo di colpi di scena, Oberdan intercala
ogni frase con un “è vero!”
al fine di prender tempo e poter inserire nel suo interminabile
poema nuove scene e personaggi. E così il povero uditore, che ben sa
dove il racconto abbia avuto inizio ma non ha la minima idea di dove
poi possa andare a finire, istante dopo istante, vede il romanzo che
fuoriesce dalle labbra di Oberdan accrescersi, dilatarsi, salire,
montare, lievitare, gonfiarsi, inturgidirsi, fino a che il suo
stesso narratore ne perde il capo e, tra un “è
vero!” e l’altro che si fanno sempre più fitti e martellanti,
dimentica il filo della storia che, però, promette di riprendere il
giorno successivo.
Per Oberdan
tutto è narrazione… tutto è copione, canovaccio.
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Finzione
o realtà? Oberdan Nistri in "Nozze
di sangue" 1954. Collezione privata
Mauro Ballerini
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Sceso dal
palcoscenico, la sua figura diviene
pallida, quasi evanescente. Oberdan,
il gigantesco Oberdan, nella vita
vera, appare quasi un inetto, un
goffo personaggio buono a nulla.
Convinto che
le mani di un artista non possano in
alcun caso sporcarsi con il vile
denaro e che un
sacerdote della scena, come è lui, non possa certo curarsi
dell’amministrazione o del
reperimento delle piazze, ha del
tutto demandato ad Elena tali
vergognosi compiti. Lui non sa
niente di SIAE,
borderaux, contributi,
occupazione del suolo pubblico,
registri di cassa… rifiuta di
imparare ogni cosa che non sia
palcoscenico. E non sembra
neppure darsene pensiero: per lui
vivere è recitare e recitare è
vivere. Null’altro.
Neppure gli
affetti rientrano tra i suoi
interessi. Se per un solo giorno
avesse dovuto smettere di fumare,
avrebbe tolto i figli dal collegio:
questo è quanto ripete e minaccia di
continuo. Oberdan, il non-amato,
sembra a sua volta incapace di
amare. Con la figliastra Neda e con
il piccolo Mauro è un padre
violento, talvolta spietato. Per
qualunque sciocchezza, li prende a
calci e pugni, li mortifica,
calpestandone la dignità. Forse,
nella sua testa, sono solo
comparse di un copione di cui
lui solo conosce l’esistenza… ma
questo loro non possono saperlo e,
tacitamente, lo disprezzano. Elena
stessa, l’amata Elena, cade sempre
più spesso vittima dei suoi attacchi
imprevedibili di rabbia cieca: anche
lei, per un nonnulla, viene
malmenata, offesa, umiliata… nella
vita come sulla scena. E se per
tutti gli altri questo fa un’enorme
differenza, nella vita chimerica che
Oberdan si è costruito, tale
distinzione è assurda e
incomprensibile.
Eppure a poco
a poco, forse senza accorgersene,
egli rimane sempre più solo, isolato
sul suo
palcoscenico sempre più deserto.
MIOPIA
La “Compagnia
dei Grandi Spettacoli” non solo
passa indenne attraverso i primi
anni Cinquanta, ma addirittura
sembra promettere un futuro ancora
ricco di successi.
Di questo
gradimento, si trova traccia persino
nella stampa locale, solitamente
piuttosto parca nel tessere elogi
alla compagnie itineranti. Per
quanto riguarda invece la formazione
del Nistri, è disposta a vantarne
non solo il fine gusto artistico, ma
anche la cura per la messa in scena
e i costumi, cosa questa che, come
abbiamo già avuto modo di dire, era
solitamente trascurata dalle
compagnie secondarie.
«L’attrezzato Teatro Carro di Tespi diretto con fine senso
artistico dal noto attore drammatico
Oberdan Nistri, continua ad ottenere
il più lusinghiero, meritato
successo. Negli interessanti e
importanti lavori eseguiti, è stata
notata una perfetta interpretazione
da parte di tutti gli attori,
principalmente del direttore Nistri,
nonché una ammirevole messa in scena
e massima ed elegante proprietà
negli abbigliamenti e costumi» (Il
Messaggero dell’Umbria, 29
agosto 1954)
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Lo stesso
quotidiano riferisce
anche del consenso
dimostratogli dal
pubblico per le buone
scelte di repertorio:
«Le continue, interessanti rappresentazioni drammatiche che vengono
date nel Teatro Carro di
Tespi diretto con fine
gusto artistico da
Oberdan Nistri, sono
sempre affollate di
pubblico il quale, con
vivi applausi, dimostra
il suo compiacimento
verso tutti gli attori.
Questo ben affiatato
complesso si tratterrà
tra noi per qualche
giorno ancora e sono in
programma le esecuzioni
di altri moderni e
gustevoli lavori» (Il
Messaggero dell’Umbria,
3 settembre 1954)
Ed infine,
rimarcando la buona fama
del Nistri e del suo
Carro, vi leggiamo:
«Un manifesto murale ci annuncia l’imminente debutto a Gualdo della
“Compagnia dei Grandi
Spettacoli” diretta da
O. Nistri. Siamo certi
che di fronte all’ottima
fama che precede il
“Carro” Gualdo saprà
ancora una volta
manifestare il suo gusto
per l’arte drammatica e
per i bravi artisti che
la compongono» (Il
Messaggero dell’Umbria,
16 settembre 1954)
Tutto,
insomma, sembrerebbe
andare nel migliore dei
modi: il Nistri
sembrerebbe aver
ottenuto quello che
considerava
indispensabile per
onorare degnamente se
stesso e l’arte
teatrale.
Eppure…
eppure, intorno a lui
qualcosa stava cambiando
in modo così repentino e
irreversibile, da non
dargli neppure il tempo
di trovare un antidoto
né una cura.
Il cinema
aveva spodestato già in
molti settori, e da
molti anni, i vecchi
teatranti. Aveva tolto
loro il monopolio delle
dirompenti passioni,
degli intrighi
insolubili, del pianto e
della facile commozione,
così come la risata
liberatoria e farsesca
oppure la magia di
venire traspostati in
luoghi e tempi remoti.
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Oberdan Nistri e il movimento scenico
(1954).
Collezione privata Mauro Ballerini
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Ciononostante, per anni, il teatro aveva resistito con
un’energia incredibile all’impatto del cinema, senza mai
lasciarsi soppiantare.
Ma negli anni
Cinquanta, in Italia, accadde un qualcosa di completamente nuovo
a livello sociale e culturale; fu un terremoto senza precedenti
quello che stava per colpire e devastare il mondo dei comici
girovaghi e tale catastrofe si chiamava televisione.
Il nuovo
centro di ritrovo, adesso, non è più la sala teatrale o
cinematografica, ma è il bar che possiede l’unico apparecchio
televisivo del paese. Il giovedì sera persino la compagnia
smette di recitare per vedere Lascia o Raddoppia. I
giornali locali, a poco a poco, tralasciano di riferire
dell’arrivo e del successo dei teatranti, presi come sono a
magnificare le tante soubrette dell’ultima stagione
televisiva che, con la loro presenza, onorano feste e sagre
locali. Le stelline della TV, personaggi di fama
nazionale, vengono osannate nei paesi e riscuotono un consenso
unanime. In quella scatola magica, chiamata televisione,
chiunque vi entri diviene per incanto immediatamente un divo:
l’Italia intera attende di vedere sul piccolo schermo il
personaggio locale che avrà l’onore di una manciata di secondi
di gloria. È il mondo contemporaneo che sta nascendo, con i suoi
meccanismi pubblicitari e la spettacolarizzazione di ogni sfera
dell’esistenza. Un mondo che cambia con ritmi convulsi e che
ogni giorno si rivela diverso e imprevedibile.
In
opposizione a questa rivoluzione, troviamo il mondo dei
teatranti, caratterizzato dalla lentezza tipica del mondo
antico, da quell’incapacità a rinnovarsi e a riciclarsi in tempi
brevi propria di tutti gli
antichi regimi. Ed è forse in tale immobilismo che si annida la
debolezza del Nistri e di tutti i suoi compagni d’arte.
Un ristagno
che talvolta sfiorava l’impaludamento: il loro vivere alla
giornata, convinti che quel che
era stato per secoli
sarebbe continuato a
essere per i secoli venturi, immutato ed immutabile, è stata
la loro vera grande colpa. Gli attori girovaghi, nella loro
miopia, non hanno saputo comprendere che un’epoca era
definitivamente conclusa e che un certo tipo di repertorio e di
tradizioni (Farsa finale, uso del suggeritore, rigidità dei
ruoli…) sarebbe divenuto, da lì a poco tempo, oltre che
superato, addirittura ridicolo. Presi com’erano dal dover
“mettere insieme il pranzo con la cena”, non si accorsero di
essere ormai esclusi dalla nuova società nascente, fondata
essenzialmente sulla produzione e circolazione di denaro. I
comici dell’arte,
poveri e austeri sui loro Carri, erano come un pezzo di Medioevo
catapultato nella contemporaneità. Il loro vivere “per l’arte”,
prima ancora che per il guadagno derivante dall’arte, li
rendeva, sì, personaggi romantici, ma inoppugnabilmente
anacronistici e destinati a scomparire, proprio come quegli
imponenti mobili dei palazzi padronali considerati in breve
tempo inutili e troppo voluminosi per le nuove case concepite
comode e fruibili.
I vecchi
attori furono messi alle strette: da una parte, il teatro
novecentesco li snobbava come ruderi superati e fuori dal tempo;
il cinema usurpava loro il dominio delle passioni e dei
sentimenti e lo stars system quell’alone di misterioso
fascino e seduzione che da sempre li aveva caratterizzati;
dall’altra parte, la neonata televisione svuotava le platee, per
riempire i bar e modificare per sempre il modo di pensare e
vivere dell’intero pianeta.
Per loro fu
davvero la fine, la morte, l’abisso.
ACCIDIA
«Non ti conosce il dorso della pietra,
né il raso nero dove ti distruggi.
Non ti conosce il tuo ricordo muto
perché sei morto per sempre»
(Garcia Lorca,
Lamento per Ignacio
Sanchez)
La gran parte
dei Carri di Tespi cadrà sotto il peso degli anni, sotto la
furia delle intemperie, della pioggia e del vento.
Quello del
Nistri, nel 1957, venne venduto per poche lire come legna da
ardere.
Allo stesso
modo, senza rimpianti, e dimostrando ancora una volta una
scriteriata miopia, verranno gettati e distrutti abiti di scena,
suppellettili, centinaia di copioni, fotografie, locandine.
Intere pagine della nostra storia vennero condannata a
scomparire.
Gli attori
sembrarono incapaci di farsi custodi persino della loro propria
memoria, abituati come erano a
rinascere ogni sera,
ad ogni spettacolo, e costretti a non accumulare mai pesi
superflui, troppo ingombranti per chi doveva contenere tutto se
stesso, e tutta la propria storia, dentro un baule-armadio.
Con
risentimento verso il pubblico e un senso di rabbiosa sconfitta,
i vecchi attori sentirono il bisogno di dare un colpo di spugna
sull’intera loro vicenda umana ed artistica.
Dal 1957 al
1959, Oberdan cercherà, ma sempre con minor convinzione, di
andare scritturato presso altre compagnie; ma il suo fin troppo
noto “brutto carattere” non gli permetterà mai più di rientrare
nel giro.
Contro la sua
dignità d’artista, si vedrà addirittura costretto, per motivi
economici, a riciclarsi nelle vesti di mago o di fachiro, come
prestigiatore o indovino. A ingenui pubblici creduloni,
annuncerà di volta in volta “allagamenti della sala” e ogni tipo
di sortilegi e predizioni. Ma questo prostituirsi lo svilisce,
causandogli insofferenza e disagio: la dignità non può mai esser
venduta. A nessun prezzo. Per nessun motivo.

Oberdan Nistri ed Elena
Balestrelli, 1946 ca.
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Ecco allora
che Oberdan decise, suo malgrado, di fermarsi e di far proprio
un luogo e una casa: Manciano, quel paese che lo aveva accolto a
un anno di vita, che a suo fratello Raul aveva regalato una
famiglia e a lui il solo vero amore della sua vita, divenne ora
il suo ultimo porto.
Da Goldoni in
avanti, nessuno della sua gente aveva mai posseduto una casa né
potuto vantare un paese d’appartenenza. Eppure quella che a noi,
oggi, potrebbe forse sembrare una rinascita, rappresentò invece
per lui una Messa di requiem, la pietra tombale su tutto
ciò che da sempre lo aveva identificato.
Oberdan, che
a quest’epoca è poco più di un quarantenne, ancora bello e
vigoroso, inizia invece a percepirsi come un pezzo inutile
tagliato fuori dall’esistenza, quasi come un aborto tragicamente
cosciente di non esistere più. A lui, come a molti dei suoi
compagni d’arte, sarebbe stato richiesto di reinventarsi
daccapo, quasi come se la vita precedente non fosse stata altro
che un sogno o un incubo.
Ma lui
proprio non riuscì a rassegnarsi al pensiero che non solo la sua
carriera fosse finita, ma l’intero mondo che lo aveva generato,
cresciuto ed allevato, fosse scomparso nel nulla e… per sempre.
Non poté accettare l’idea che non ci sarebbe mai più stato, in
nessun luogo, un Carro di guitti pronti a “metter su banco”.
Una nebbia
fitta scese sulla sua vita e ne ingrigì i singoli giorni. Come
impaludato in un mondo d’ombre, perse a poco a poco il senso del
vivere.
Talvolta poi,
all’interno della sfera opaca nella quale si era volontariamente
rinchiuso, eremita nel deserto della routine, penetravano
echi lontane, frammenti di notizie circa la sorte dei suoi tre
fratelli. Loro avevano osato continuare a battere la
strada dell’arte, ma
il loro destino non era certamente meno tragico del suo: Mila si
era ridotta a recitare nei matinée di fronte a
scolaresche che deridono lei e il suo vetusto repertorio;
Marino, ormai essiccato nella sua magrezza, si era addirittura
venduto ai fotoromanzi di Grand Hôtel; e Manlio –
quell’ideale a cui Oberdan per tutta la sua giovinezza aveva
guardato con tacita devozione – era invece a Roma a “fingere” di
recitare insieme al cavalier Palmi che, ottuagenario, si
ostinava a impersonare la parte di Romeo nel teatrino umido e
maleodorante di Borgo Santo Spirito, noto a tutta la Capitale
per il suo inesauribile serbatoio di patetiche e lacrimevoli
vite di Santi e Martiri.
Oberdan,
guardando alle sorti dei suoi tre fratelli, sentiva inasprirsi
la rabbia e la sconfitta. Per se stesso forse non provava
nemmeno più rimpianti, ma quelle immagini desolanti gli creavano
un cupo sgomento verso un mondo ormai marcescente e decomposto.
Rispecchia se
stesso nelle loro sconfitte.
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Eppure,
irriducibile, Oberdan decise di continuare a recitare, nel suo
privato, la parte del primo attore: abito bianco in ogni
occasione, eleganza impeccabile nelle movenze e timbro di voce
perennemente baritonale. Nel suo immaginario palcoscenico,
nessuno avrebbe osato deriderlo. Apparentemente mai sconfitto,
si rassegnò ad essere null’altro che la maschera di se stesso,
una maschera però così vera da coincidere, in tutto e per tutto,
con il suo vero volto, con la sua più genuina essenza.
A chi fosse
stato estraneo a tanta complessità, il Nistri poteva apparire
pososo e artefatto.
Era assolutamente
autentico in quella sua camminata impostata, nella rigidità
della sua schiena dritta, oppure quando, seduto al bar del
paese, poneva due dita sotto il mento e sembrava quasi attendere
il ritratto di un pittore. Per lui, innaturali, erano piuttosto
gli atti quotidiani, i gesti scontati, la banalità del vivere.
Innaturale era la vita vera.
A guardarlo
attentamente, mostrava un impercettibile ghigno verso le
bassezze degli uomini e una fiera rabbia contro la meschinità
del teatrino mondano, fatto di frasi fatte, di sorrisi impostati
e di lacrime finte.
Oberdan,
nonostante il suo perenne travestimento, è di una disperata
autenticità: considera la parola come la rivelazione più sincera
dell’animo umano e ne rifiuta ogni mistificazione. Non si
concede una sola minima espressione che non sia pienamente
conforme al suo pensiero.
Se ne sta
volentieri in disparte, con il suo repertorio di pose e
atteggiamenti, per non venir mai confuso con quei “piccoli
bricconi” che vivono per ingannare sé e gli altri,
inconsapevolmente contraffatti, ingenuamente alterati,
furbescamente ipocriti.
Strascicata
così per quattro lunghi decenni, si è protratta la storia del
Nistri: una storia ormai sbiadita, senza più odore né sapore.
Un
impalpabile soffio di un inconsistente alito di vento.
Fine di
giugno 1998; un caldo giugno di un’estate arrivata violenta ed
accecante.
Nell’umida
penombra della SS. Annunziata, Oberdan è ancora lì, immobile.
Lo sarà ormai
per lunghissimo tempo, finché di lui non resterà che
pulvis, cinis… nihil.
Non c’è mano
che si posi teneramente sul suo volto, non un volto che si
contragga per il dolore della perdita. Pochi osano addirittura
avvicinarlo: temono forse che il gran
cagnaccio possa
risvegliarsi. Nessuna pietà li muove verso di lui.
Giace solo,
sprofondato in quella stessa solitudine che forse lo aveva
accompagnato dal suo primo vagito. Non vi è per lui sguardo di
madre né sorriso di donna; non vi è il calore di un abbraccio.
Tra le panche, in lontananza, la sagoma di una bella donna
anziana che, nascosti i suoi occhi color smeraldo dietro grandi
occhiali scuri, smarrita non riesce a piangere.
Solitudine
immensa.
Il figlio del
tuono, del boato e del rimbombo, emerso dal ribollimento della
polvere, dalla frattura e dal fragore delle profondità
«ormai dorme senza fine./ Ormai i muschi e le erbe/ aprono con dita
sicure/ il fiore del suo teschio./E già viene cantando il suo
sangue:/vacillando senz’anima nella nebbia»
Tuttavia
sorride: la vita non potrà più infierire sopra di lui.
Solo una
carezza di madre, che ancora tarda ad arrivare, gli fa temere di
esser vissuto davvero troppo a lungo.
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«O
morto giovinetto,
anch'io presto verrò sotto le
zolle
là dove dormi placido e
soletto...
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Meglio venirci ansante, roseo, molle
di sudor, come dopo una gioconda
corsa di gara per salire un
colle!
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Meglio venirci con la testa bionda,
che poi che fredda giacque sul
guanciale,
ti pettinò co' bei capelli a
onda
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tua madre... adagio, per non farti male.»
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