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Oberda
Nistri e Elena Balestrelli (di spalle) in una magnifica posa del "Don
Carlos" (1941) (collezione privata Mauro Ballerini)
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il coraggio del ritorno Sì, Elena decise di tornare al paese della sua infanzia, di fermarsi lì dove era cresciuta e dove vivevano i suoi fratelli. Di tornare a testa alta tra la gente che l’aveva un tempo maledetta, l’aveva giudicata una “poco di buono” e ancora la guardava con sospetto avendo lei osato confondesi con gli attori, superare i limiti imposti alle “donne per bene”. Considerata corrotta come ogni attrice, veniva tenuta alla larga dalle compaesane di “sani principi”. I suoi stessi figli erano considerati “figli della colpa”, nati da un’unione illegittima e tra loro inconcepibilmente fratelli e cugini allo stesso tempo. Ma lei tornò con il coraggio della sua diversità, di chi non è mai stato “come gli atri”. Tornata, non abbandonò i suoi cappelli con veletta, la sua dizione pulita, le sue lunghe collane. Elena non abdica ed è questa la sua forza. Il carro di Tespi intanto rotolò sordo in una triste discarica di roba vecchia. Il sipario si chiuse e la scena restò deserta. Ma per Elena l’autunno non sopravvenne, perché lei ogni giorno rinasce nuova, come un’eterna primavera. Senza perder tempo reinventò la propria vita. Prese a gestire un bar, poi un ristorante, mettendovi a lavoro figli e marito. Ha pochi soldi e senza scrupolo li chiede in prestito a chiunque possa darglieli. Per pagare i debiti, vende vino rancido e dorme sui tavoli del bar pur di affittare un posto letto. A guardarla in azione a volte sembra un uomo tanto è disinvolta: come un uomo inventa mestieri, risolve situazioni, investe denaro, gestisce e ridistribuisce ricchezza. E la sorte riprende subito a girare in suo favore. Dopo alcuni anni di duro lavoro e poco successo, Elena ha deciso di cambiare attività: ha comprato un negozio di scampoli e nel giro di poco tempo ha sbaragliato ogni concorrenza. Il mestiere d’attrice le facilita l’impresa: giura circa la qualità indiscussa della propria merce, con un fare affabile e accondiscendente si dedica alle clienti più esigenti e più facoltose. Con freddezza si autofrattura le dita pur di ottenere denaro dall’assicurazione sugli infortuni. Se le frantuma dentro un cassetto, a sangue freddo, ma con quelle stesse dita, un attimo dopo, conta molto denaro. Fattura il falso, compra a poco e vende a molto, intrappolando le malcapitate clienti dentro la sua bella bottega variopinta. Ha roba pregiata Elena e le nuove case del paese si fregiano volentieri di broccati, cuscini di seta, lenzuola ricamate. Lei segue l’onda, l’asseconda, la gonfia. Esce presto la mattina e gran parte della giornata la vive fuori casa, sulla strada, nel luogo dell’esperienza. Ogni mattina fa una capatina in Banca. Entra spavalda, riverita da tutti, sorridente e prepotente: è l’unica donna del paese che firma assegni, paga cambiali, minaccia i direttori e intrallazza con i dipendenti. È una buona cliente la signora Elena Balestrelli, una di quelle che crea movimento di denaro e segue con attenzione l’andamento bancario. S’informa sugli interessi: non accetta che i suoi soldi non fruttino e sceglie sempre la strategia più redditizia. Con una smania inesauribile compra e vende case, le ammobilia e un attimo dopo le regala, così come sono, senza portar via nulla: probabilmente ne ha già comprata un’altra, più nuova e più vivace. Segue i lavori fin dall’inizio e tratta direttamente con i costruttori, anticipando soldi e chiedendo lavori extra. Non ha grosse pretese Elena, le bastano forse due complimenti al momento giusto e l’affare è concluso. Intorno a lei, intanto, tutto è cambiato: le malelingue tacciono, i denigratori tessono elogi, la “figlia perduta” viene osannata come donna di fine intelligenza e indiscutibile fascino, come un esempio di emancipazione femminile.
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